Voice reviewed by Kathodik (IT)

Certo… le carte in tavola per presentarsi da nuova enfant prodige del canto sperimentale, la giovane norvegese Maja Ratkje le ha collezionate quasi tutte. Neanche varcato il trentesimo anno d’età la musicista ha raccolto con se un passato di studi in composizione orchestrale al pari con diversi riconoscimenti accademici, rispettivamente per la migliore opera elettroacustica all’interno del premio Luigi Russolo e nella manifestazione dedicata al connazionale Arne Nordheim. Attiva, costantemente, con il quartetto impro, tutto al femminile, Spunk (con cui sono stati licenziati due dischi sempre per casa ‘Rune Grammofon’) Maja fa la sua parte rilevante nella crescente schiera del new sound norvegese, scegliendo d’intraprendere il percorso solista con l’aiuto del suo strumento di base: la voce. Coadiuvata, sia nella produzione, quanto nella registrazione dal duo Jazzkammer, “Voice” mi ha, furbamente, tratto in inganno durante i primi approcci con esso. Se in un primo tratto si desiderava corteggiare con sincerità le sue corde vocali, grazie al mix colto in cui confluivano una dichiarata provocazione anarchica, seminale in cantanti come Phil Milton e Diamanda Galas (di questa le impennate verso l’esasperazione), con increspature di jazz (europeo), tradizione…. elettronica, ai successivi ascolti la sensazione si è mutata in qualcos’altro. E’ palese che l’apporto dei due produttori contribuisce in maniera determinante nell’irrigidire la dinamicità dell’intero lotto. Tra parentesi un problema comune ad una diversa cerchia di artisti del posto, sempre ostili alla melodia, ma ben disposti alla fredezza emotiva, spesso in veste rumorista, dove la comunicazione con l’esterno (l’ascoltatore) trova scomodo risiedervi. Di fatti la coppia Lasse Marhaug & Jorgen Traeen iniettano, costantemente, sotto il canto granulare, a volte lirico, della musa effetti, scricchiolii, graffi digitali al vetriolo, che in alcuni tratti (Trio rimane emblematica di ciò) spingono le orecchie con insofferenze a voltare le spalle. Peccato, perché di momenti interessanti non mancano, specialmente se il canto diventa etereo, assumendo un unico ruolo con l’isolazionismo di sottofondo di Vacuum. Certificato come alternativa alle patinate proposte nordiche di turno ma, assolutamente, poco duttile per catapultarsi ad occhi chiusi nel tepore primaverile appena cominciato…sicuramente.

Sergio Eletto

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